Stefano Novati

gennaio 25, 2010

…di Bernard-Henri Lévy

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 10:27 am

Bisognerebbe smetterla con la malafede, il partito preso e, per dirla tutta, la disinformazione, non appena si tratta di Benedetto XVI. Fin dalla sua elezione, si è intentato un processo al suo “ultraconservatorismo”, ripreso di continuo dai mass media (come se un Papa potesse essere altra cosa che “conservatore”). Si è insistito con sottintesi, se non addirittura con battute pesanti, sul “Papa tedesco”, sul “post-nazista” in sottana, su colui che la trasmissione satirica francese “Les Guignols” non esitava a soprannominare “Adolfo II”.
Si sono falsificati, puramente e semplicemente, i testi:  per esempio, a proposito del suo viaggio ad Auschwitz del 2006, si sostenne e – dal momento che col passar del tempo i ricordi si fanno più incerti – ancor oggi si ripete che avrebbe reso onore alla memoria dei sei milioni di morti polacchi, vittime di una semplice “banda di criminali”, senza precisare che la metà di loro erano ebrei (la controverità è davvero sbalorditiva, poiché Benedetto XVI in quell’occasione parlò effettivamente dei “potenti del iii Reich” che tentarono “di eliminare” il “popolo ebraico” dal “rango delle nazioni della Terra”, “Le Monde”, 30 maggio 2006).
Ed ecco che, in occasione della visita del Papa alla sinagoga di Roma e dopo le sue due visite alle sinagoghe di Colonia e di New York, lo stesso coro di disinformatori ha stabilito un primato, stavo per dire che ha riportato la palma della vittoria, poiché non ha aspettato nemmeno che il Papa oltrepassasse il Tevere per annunciare, urbi et orbi, che egli non aveva saputo trovare le parole che bisognava dire, né compiuto i gesti che bisognava fare e che dunque aveva fallito nel suo intento…
Allora, visto che l’evento è ancora caldo, mi si consentirà di mettere qualche puntino su qualche “i”. Benedetto XVI, quando si è raccolto in preghiera davanti alla corona di rose rosse deposta di fronte alla targa commemorativa del martirio dei 1021 ebrei romani deportati, non ha fatto che il suo dovere, ma l’ha fatto. Benedetto XVI, quando ha reso omaggio ai “volti” degli “uomini, donne e bambini” presi in una retata nell’ambito del progetto di “sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè”, ha detto un’evidenza, ma l’ha detta. Di Benedetto XVI che riprende, parola per parola, i termini della preghiera di Giovanni Paolo ii, dieci anni fa, al Muro del Pianto; di Benedetto XVI che chiede quindi “perdono” al popolo ebraico devastato dal furore di un antisemitismo per lungo tempo di essenza cattolica e nel farlo, ripeto, legge il testo di Giovanni Paolo ii, bisogna smettere di ripetere, come somari, che egli è indietro-rispetto-al-suo-predecessore.
A Benedetto XVI che dichiara infine, dopo una seconda sosta davanti all’iscrizione che commemora l’attentato commesso nel 1982 dagli estremisti palestinesi, che il dialogo ebraico cattolico avviato dal concilio Vaticano II è ormai “irrevocabile”; a Benedetto XVI che annuncia di aver l’intenzione di “approfondire” il “dibattito fra uguali” che è il dibattito con i “fratelli maggiori” che sono gli ebrei, si possono fare tutti i processi che si vuole, ma non quello di “congelare” i progressi compiuti da Giovanni XXIII.
Quanto alla vicenda molto complessa di Pio XII, ci tornerò, se necessario. Tornerò sul caso di Rolf Hochhuth, autore del famoso Il vicario, che nel 1963 lanciò la polemica sui “silenzi di Pio xii”. In particolare, tornerò sul fatto che questo focoso giustiziere è anche un negazionista patentato, condannato più volte come tale e la cui ultima provocazione, cinque anni fa, fu di prendere le difese, in un’intervista al settimanale di estrema destra “Junge Freiheit”, di colui che nega l’esistenza delle camere a gas, David Irving. Per ora, voglio giusto ricordare, come ha appena fatto Laurent Dispot nella rivista che dirigo, “La règle du jeu”, che il terribile Pio xii, nel 1937, quando ancora era soltanto il cardinale Pacelli, fu il coautore con Pio xi dell’Enciclica Mit brennender Sorge (“Con viva preoccupazione”), che ancora oggi continua ad essere uno dei manifesti antinazisti più fermi e più eloquenti.
Per ora, dobbiamo per esattezza storica precisare che, prima di optare per l’azione clandestina, prima di aprire, senza dirlo, i suoi conventi agli ebrei romani braccati dai fascisti, il silenzioso Pio XII pronunciò alcune allocuzioni radiofoniche (per esempio Natale 1941 e 1942) che gli valsero, dopo la morte, l’omaggio di Golda Meir:  “Durante i dieci anni del terrore nazista, mentre il nostro popolo soffriva un martirio spaventoso, la voce del Papa si levò per condannare i carnefici”.
E, per ora, ci si meraviglierà soprattutto che, dell’assordante silenzio sceso nel mondo intero sulla Shoah, si faccia portare tutto il peso, o quasi, a colui che, fra i sovrani del momento:  a) non aveva cannoni né aerei a disposizione; b) non risparmiò i propri sforzi per condividere, con chi disponeva di aerei e cannoni, le informazioni di cui veniva a conoscenza; c) salvò in prima persona, a Roma ma anche altrove, un grandissimo numero di coloro di cui aveva la responsabilità morale. Ultimo ritocco al Grande Libro della bassezza contemporanea; Pio o Benedetto, si può essere Papa e capro espiatorio.

gennaio 16, 2010

E poi, la verità.

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 2:49 pm

Ci stavamo abituando a non chiederci più nemmeno “Cos’è la Verità?” nei nostri dialoghi dubbiosi, garbatamente accordandoci sull’equivalenza di tutte le opinioni (e così nessuna reputando vera davvero) o tenendoci compagnia dentro la “verità prevalente” consacrata dai sondaggi.

E invece la Verità è la frontiera dove s’investe la conoscenza e la vita.

gennaio 15, 2010

E cosa fa la montagna?

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 9:40 am

Un poeta contemporaneo, Davide Rondoni, in una raccolta di saggi dal titolo Non una vita soltanto, scrive una vera e propria dichiarazione di poetica attraverso la narrazione di un fatto di una semplicità disarmante: Rondoni è in macchina con suo figlio Bartolomeo di due anni, in viaggio verso le Dolomiti: “Cos’è quella?” aveva chiesto. “Una montagna”, risposi. “E cosa fa la montagna”, riprese lui. Io non seppi che cavarmela con un “fa la montagna, Barti, cosa vuoi che faccia?”, ma non ero per nulla soddisfatto della mia risposta. L’interrogativo del bambino indica in modo sintetico l’atteggiamento che la poesia ri-suscita dinanzi all’evento del mondo: cosa fa l’aria, cosa fa la montagna, cosa fa la bellezza di quella donna di fronte a me, qual è la sua azione, il suo gesto, il suo scopo…

La sentenza di Salerno, il sentire del cuore, l’«invisibile» verità

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 9:33 am

Una figlia perduta a sette mesi, tre aborti, un unico bambino sano. Con questa odissea alle spalle una coppia portatrice di una grave malattia genetica ha ottenuto da un giudice l’autorizzazione a ricorrere alla procreazione assistita e alla diagnosi preimpianto – per scartare gli embrioni malati e individuare quelli sani. Che la legge 40 da questa sentenza sia violata, è una evidenza: la procreazione assistita è solo per le coppie sterili, e la selezione degli embrioni, in Italia, è eugenetica. Una vicenda umana dolorosa è stata usata per aprire una breccia nella legge.
E tuttavia, dire questo non basta. Non basta per quella coppia né per gli altri come loro e nemmeno per tanti che ascoltano la storia in tv, e pensano che in fondo una eccezione, dopo tanti lutti, sia giusta. In un “sentire del cuore” che contrasta con la rigidità dei codici.
Eppure a volte il cuore, o almeno questa parola usata nella sua accezione sentimentale, non vede bene. Perché la realtà è che ai quei genitori viene consentito di “produrre” molti germi di figli, che saranno scrutati e analizzati; a quello “perfetto” verrà data una possibilità di vita, gli altri, segnati dal loro stigma, cancellati. Nel nome del “diritto alla salute”, espressione usata dal giudice, quei principi di uomo saranno eliminati. (Paradossale: essere uccisi per il “diritto alla salute” di altri).
Il fatto è, e lo diciamo con rispetto verso chi ha il dolore di non poter avere figli sani, che un fattore manca in questa somma di diritti e di poteri, che porta al “sì” della sentenza di Salerno.
Quei figli abortiti, e quella persa a pochi mesi di vita, e quello vivo e tanto amato, sono stati, in principio, uguali agli embrioni che si vogliono scartare. Davvero si può negare questa prima uguaglianza, e accettare che gli “sbagliati” siano buttati via come cose? Per avere un figlio sano, quanti difettosi fratelli annientati, e, davvero è buon cuore consentire, per soddisfare il desiderio di paternità, questa silenziosa strage?
 Certo, sono invisibili quei semi, e ciò che è invisibile agli occhi raramente ci commuove. Però lo sappiamo in fondo che nel principio è già scritto, intero, un uomo. Lo sappiamo, che nel seme è inciso se avrà gli occhi chiari, e i capelli, e le mani grandi di suo padre. Tutto è già scritto, in quel frammento da niente; come uno straordinario “file” che attende solo per dispiegarsi il calore di una madre. La ragione del no alla selezione è questa.

È il rispetto a un bene molto grande, benché infinitamente piccolo. Anche se non si vedono, quegli embrioni rifiutati sono morte data, sono lutti. È una coscienza, questa della pienezza del principio, che avevano molte delle nostre madri, e che ora neghiamo. Non è ancora figlio quel grappolo di cellule, ci diciamo per tollerare l’aborto. Ma lo sappiamo invece, e lo conferma la scienza, che a poche ore dal concepimento il disegno è già vergato, unico, non ripetibile: il disegno di quell’ uomo.

E le sentenze argomentino pure di un “diritto alla salute” e di un ideologico “diritto alla procreazione”, che nessun codice ci potrà mai garantire. Evochiamoli pure questi diritti immaginari, che nella vita un istante di malattia o di disgrazia bastano a contraddire drammaticamente. La realtà non ideologica, innegabile, carnale, è invece quel grappolo di cellule che cresce, e forma gli occhi e le mani, mentre il cuore già batte: in un disegno inesorabilmente ordinato a vedere la luce.

gennaio 9, 2010

…frammenti

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 11:24 am

“C’è il pericolo che il consenso dei cittadini, la loro valutazione, sia più apparente che reale. E’ possibile, inoltre, che i partiti, invece di essere la cinghia di trasmissione tra gli orientamenti dei cittadini che rappresentano e le decisioni dei loro rappresentanti, obbediscano alle loro logiche interne non rispondenti alle domande emergenti della società. In questo caso, c’è il rischio che alla rappresentanza politica si sostituisca quella degli interessi: e allora i partiti si trasformano in portavoce delle lobbies. Rischio che diventa prossimo quando l’istituzione parlamentare è scavalcata nella sua autorità legislativa a vantaggio sia del potere esecutivo sia di influenti apparati burocratici e amministrativi. Situazioni dalle quali potrebbero profittare quelle minoranze estremiste che pretendono di dettare legge e tono alla democrazia”.

“Lo stretto e pericoloso sentiero delle democrazie contemporanee si snoda così fra le tentazioni dell’autoritarismo semplificatore di un eccesso di complessità sociale e l’iperdemocrazia della partecipazione, che cerca di compensare i difetti della politica ufficiale con strumenti dirompenti che finiscono spesso col causare nuovo disordine e maggiore debolezza della politica stessa nei confronti di quelle organizzazioni economico-finanziarie che travalicano ormai i confini degli Stati e si sottraggono a ogni tentativo di controllo democratico”.

Ralf Dahrendorf era particolarmente preoccupato per la perdita di vera decisionalità da parte delle istituzioni democratiche in Europa. “E’ la Banca Centrale Europea a decidere i tassi d’interesse; è la Nato a pianificare gli attacchi aerei; è il Fondo Monetario Internazionale a decidere chi debba o meno ricevere ulteriore aiuto da parte della comunità internazionale. In questi casi, almeno, ci si confronta con delle istituzioni. Ma ci sono decisioni altrettanto importanti che vengono prese da organismi meno definiti, come quando, per esempio, una società giapponese decide di investire in Galles piuttosto che in Normandia, o quando uno speculatore americano coglie l’occasione più propizia per mandare in tilt il Sistema Monetario Europeo e, così facendo, incassa miliardi di dollari. A volte sembra che a dettare legge siano mercati interamente anonimi“.

“Del pensatore americano (Sheldon S. Wolin), il Bodei condivide l’opinione, che fu già di Tocqueville, secondo la quale la democrazia, per processo endogeno, può degenerare in un dispotismo mite, che lascia i cittadini in un perpetuo stato di minorità, paghi di un certo benessere, felici di vivere e di non pensare. E’ questo il totalitarismo rovesciato, l’inverted totalitarism di Wolin, il totalitarismo rivolto verso l’interno, che conta sulla smobilitazione, non sulla mobilitazione, delle masse e a tanto può riuscire per spontanea evoluzione. Niente campi di concentramento, niente persecuzioni, niente abolizione del diritto di voto. Basta che i cittadini siano indifferenti e assistano, senza parteciparvi, alla vita politica, illusi da una pseudocultura che propone miti, piaceri e sogni, pur di sottrarli alle effettive condizioni storiche. Il fine ultimo è lo svuotamento della dottrina classica della divisione dei poteri, la riduzione delle prerogative parlamentari, unica funzione riconosciuta al Parlamento quella di essere supporto e cassa di risonanza del potere esecutivo”.

Ri-parte oggi, con questi frammenti, un nuovo corso per questo spazio che vuol sì esser contenitore di articoli, di pensieri, di stimoli, di critiche, aperto insomma al contributo di voi tutti che passate da queste parti, ma soprattutto pretende di dettare tempi e modi ai miei percorsi di ricerca sui temi della politica, della democrazia, del bene comune, della legge universale, della bellezza, della giustizia, in definitiva della Verità che vedo e colgo sempre più, in questi giorni di confusione sociale, nella persona di Cristo. Sia una buona Strada.

aprile 23, 2009

…accostamenti (2)

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 8:00 am

Cosa dovrebbero o non dovrebbero fare il Papa e i vescovi italiani al fine di guidare il loro popolo verso le luminose mete richieste dai tempi, è un tema sul quale non cessa di esercitarsi uno stuolo numeroso di «soggetti». I modelli di intervento sono vari: si va dalla intimidatoria «condanna» del Parlamento belga contro le dichiarazioni fatte da Benedetto XVI sui limiti dell`uso del preservativo nella lotta all`Aids a forme infinitamente più educate e rispettose espresse in tono di “consiglio” sinceramente amichevole. È il caso di un articolo apparso ieri sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, a firma di Michele Salvati. Ma insomma, sospira il professore, visto che Papa, vescovi e volontariato cattolico sono così socialmente apprezzati nel fare «del bene» soccorrendo naufraghi, derelitti e clandestini, nonché terremotati e famiglie colpite dalla crisi, “sfruttino” meglio questo patrimonio, lasciando perdere tutti quei discorsi di nascituri e morituri e di etica sessuale che abbassano il consenso sociale invece di accrescerlo, come anche alla Chiesa farebbe comodo. Insomma, conclude educatamente il professore, cara Chiesa, più Caritas meno bioetica. Il professore, che così amichevolmente si esprime, va per questo ringraziato ed apprezzato. E tuttavia, nella sostanza, certe divergenze restano. Sfugge, per esempio, il fatto che dire talune cose (politicamente scorrette, è vero) in fatto di nascituri e morituri, di dignità umana da rispettare in ogni situazione della vita, specie in quelle fragili, è, per chi crede in Cristo, un modo, non meno nobile e sostanziale, di dire e fare la carità. Tanto più che se non lo dice la Chiesa non lo dice nessun altro (e quindi la cosa arricchisce il dibattito, anche a livello democratico) . Di più: queste “strane” idee di fondo, sono esattamente all`origine delle varie forme di carità cristiana così gradite a tutti (i soldi a fin di bene, il soccorso ai deboli e agli emarginati, le cure ai poveri…). Sono le idee che hanno segnato la differenza rivoluzionaria fra quel che c`era prima di Cristo e quel che c`è stato (e si vuoi continuare a far sì che continui ad esserci) anche dopo Cristo. Né ad Atene né a Roma (che pure furono sedi di altissime civiltà) sarebbe mai venuto in mente a qualcuno di prendersi cura dei malati in fase inguaribile, oppure degli handicappati; o anche solo degli schiavi. Sfugge, a chi critica l`insistenza cattolica sui temi bioetici, che è qui che si misura davvero la fedeltà al principio dell`uguaglianza fra gli esseri umani che fin qui ha caratterizzato la civiltà occidentale. Quando si comincia a far differenza fra vite “degne” e vite “non degne” di proseguire, la famosa “uguaglianza” di cui pure ci si riempie la bocca a tanti livelli (sociali, politici, di “genere”…) già non c`è più. Resta poi da fare qualche postilla: proporre taluni criteri in tema di etica sessuale, farebbe dunque perder consenso alla Chiesa perché il «costume» porta da tutt`altra parte. Cosa parzialmente vera. Ma forse non nei termini in cui anche alcuni sfiduciati cattolici pensano. Impegnato in una campagna di vaccinazione contro una forma di cancro all`utero che prevede questo intervento sulle dodicenni italiane, cioè «prima del primo rapporto sessuale», il professor Umberto Veronesi ha ammesso con «sorpresa»: dallo screening che abbiamo fatto a Milano, è risultato che ben il sessanta per cento delle diciottenni cittadine non ha ancora avuto tali rapporti. Roba che se l`avesse detta il cardìnal Bagnasco avrebbe rischiato come minimo il più sarcastico e alluvionale dei linciaggi mediatici. E anche di questo, che la realtà, a volte, è diversa da come ha interesse di farcela vedere l`onda “corrente”, andrebbe tenuto conto. Anche in casa nostra.

Gabriella Sartori, 22 aprile 2009 – Avvenire

…accostamenti (1)

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 7:58 am

     Legate alla tragedia del terremoto, vorrei avanzare due modeste proposte. Una riguarda lo Stato e l’altra la Chiesa. Il nostro Paese ha un’amministrazione pubblica e un intreccio tra politica e pubblica amministrazione – in breve, uno Stato – che funzionano peggio di quelli con i quali siamo soliti confrontarci. Il controllo del territorio – dunque anche il compito di fare leggi in grado di attenuare i danni di eventi sismici, e soprattutto di imporne il rispetto – è funzione essenziale e non delegabile dello Stato.
Il modo in cui questa funzione è ripartita tra diverse amministrazioni dev’essere dunque tale da consentirne lo svolgimento con la massima efficacia. Poiché interessi privati, connivenza politica e incapacità amministrativa (o peggio) cospirano a rendere lasco il controllo – a coprire di abitazioni le falde del Vesuvio o a usare tecniche costruttive inadeguate – le valutazioni amministrative e giudiziali cui quella funzione dev’essere sottoposta, ex ante ed ex post, devono essere continue e severe. Così non è avvenuto e si teme non avverrà neppure in futuro.
Ma non tutto lo Stato funziona male: funziona peggio in alcune zone, meglio in altre; peggio per alcune amministrazioni, meglio per altre altre. La Protezione civile sembra essere un’amministrazione che funziona bene – per le capacità di Bertolaso, le risorse di cui dispone, la sua relativa autonomia – ma essa interviene dopo che il disastro è avvenuto, oppure quando è possibile allertare le popolazioni di un disastro prevedibile e imminente. Di qui una modesta proposta, un suggerimento ingenuo in tempi di federalismo: non sarebbe possibile creare strutture nazionali altrettanto agili ed efficienti che coordinino il lavoro di prevenzione dei disastri? Che abbiano potere d’indagine e di supervisione su tutte le amministrazioni – ma soprattutto sulle amministrazioni locali, dove si prendono le decisioni più importanti ed è maggiore l’esposizione agli interessi – circa il rispetto delle leggi che impongono standard di costruzione adeguati al rischio sismico? Che impediscano, ad esempio, misure di declassamento del rischio, come pare sia avvenuto in Abruzzo? Anche nel caso di eventi imprevedibili, lo Stato non deve limitarsi ad interventi ex post. Ed è illusorio, come bene ha argomentato Franco Debenedetti sul Sole24ore del 16 aprile, pensare che assicurazioni private possano sollevare i poteri pubblici dai loro compiti di intervento ex ante.
La seconda «modesta proposta» è ancor più ingenua, perché riguarda una istituzione le cui logiche di condotta non sono in grado, come non credente, di comprendere a fondo. Si è percepito in modo palpabile il consenso che hanno suscitato iniziative di sostegno nei confronti dei poveri e dei disoccupati come quella promossa dal cardinal Tettamanzi a Milano, o iniziative di aiuto nei confronti dei terremotati come quelle annunciate dal presidente della Cei, il cardinal Bagnasco. Perché la Chiesa non accentua questa sua missione di carità più di quanto, o almeno quanto, essa sottolinea la sua intransigenza in materie di procreazione assistita o di testamento biologico? Mi rendo conto che, come portatrice di Verità, la Chiesa non è sensibile al consenso immediato nello stesso modo in cui lo è un politico. Di fatto, però, la Cei si è comportata in Italia come un soggetto politico, per contrastare il passaggio di provvedimenti che a suo giudizio sono in conflitto con i principi da essa difesi. Comportamento legittimo, naturalmente. Ma come soggetto politico essa subisce le logiche, e le oscillazioni, del consenso. Può subire sconfitte e forse compromettere la stessa immagine della Chiesa. In materia di testamento biologico, per esempio, la Cei ha sinora trovato orecchie attente ai suoi principi intransigenti, alcune per convinzione sincera, altre per calcolo di opportunità. Quanto potrà durare, trattandosi di principi che buona parte degli italiani giudicano troppo estremi? Passerà alla Camera una legge come quella che è passata al Senato? Non converrebbe alla Cei concentrarsi maggiormente su un terreno, quello della carità, in cui la Chiesa di sconfitte non ne può subire?
Questo argomento ci porterebbe però troppo lontano e concludo con un consiglio di lettura. Si tratta del terzo capitolo di un libro di un grande aquilano, di un grande italiano, Ignazio Silone: Uscita di sicurezza, disponibile negli Oscar Mondadori. In esso Silone racconta il suo incontro con don Orione, che aveva intravisto quando, durante il terremoto della Marsica del 1915, quel piccolo prete aveva costretto il re a cedergli una delle macchine del seguito per portare in salvo alcuni bambini i cui famigliari erano morti. Di don Orione, di grandi eroi della carità, ne nascono pochi. Ma di piccoli don Orione il sentimento religioso del nostro Paese, il volontariato cattolico, ne producono molti. Perché la Chiesa non sfrutta meglio questo suo straordinario vantaggio comparato?

Michele Salvati, 21 aprile 2009 – Corriere della Sera

A Ginevra dovevamo partecipare e batterci

Archiviato in: Italia, Tutto il resto — Stefano Novati @ 7:48 am

     Come la conferenza precedente, anche «Durban II» si è conclusa con un comunicato pasticciato, zeppo di buoni propositi ed esortazioni generiche, privo probabilmente di pratiche conseguenze. Le posizioni, dentro e fuori la conferenza, erano troppo distanti.
I Paesi ex coloniali credono, non senza qualche ragione, che «razzismo» fosse quello dei conquistatori e non accettano lezioni morali dai loro vecchi padroni. I Paesi musulmani pensano che le critiche all’islamismo e il dileggio delle loro credenze siano colpe più gravi della durezza con cui i loro governi trattano gli oppositori. I Paesi arabi, in particolare, ritengono che lo Stato israeliano abbia usurpato le loro terre e trattato i loro connazionali come cittadini di seconda categoria. I Paesi occidentali non intendono rinunciare agli illuminati principi della loro migliore tradizione filosofica e chiedono al mondo di rispettarli. Ma quando un membro della loro famiglia li ha platealmente violati nel carcere di Abu Ghraib, a Guantanamo, nella pratica delle «consegne straordinarie» e persino nelle istruzioni impartite dal suo governo ai propri servizi di sicurezza, i cugini occidentali hanno chiuso un occhio o, addirittura, prestato la loro collaborazione. Sperare, in queste circostanze, che la conferenza di Ginevra potesse produrre una linea concordata, utile ed efficace, era ingenua illusione. Come tutti gli esercizi inutili, anche questo potrebbe lasciare una coda di risentimenti e rendere le grandi crisi internazionali ancora più imbrogliate e avvelenate. Che cosa avremmo dovuto fare di fronte a un tale mostro diplomatico? Partecipare o restarne fuori? Per rispondere a queste domande sono state espresse molte opinioni, fra cui quelle, appassionate e bene argomentate, di Angelo Panebianco e Paolo Lepri sul Corriere degli scorsi giorni contro la partecipazione. Proverò a sostenere la tesi opposta.
La conferenza di Ginevra non è una iniziativa privata. È un incontro promosso dall’Onu, nell’ambito delle sue attività istituzionali, e inaugurato dal suo segretario generale. Sapevamo che sarebbero stati pronunciati discorsi intolleranti e inaccettabili. Ma è forse la prima volta che propositi di questo genere turbano un dibattito delle Nazioni Unite? Decidemmo di boicottare l’Assemblea generale quando Nikita Kruscev si tolse la scarpa per batterla sul leggio del suo scranno e annunciò che il comunismo ci avrebbe sepolti? Gli assenti, a Ginevra, hanno dato agli altri la sensazione di non tollerare la sconfitta, di non voler essere minoranza.

Questa non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza.

Noi italiani, in particolare, abbiamo dimenticato le parole di Giovanni Giolitti ai deputati che si erano ritirati sull’Aventino dopo il delitto Matteotti: «A mio avviso dovreste rientrare alla Camera». E quando il socialista Giuseppe Modigliani replicò «Per fare a revolverate?», il vecchio di Dronero rispose «Può darsi». Intendeva dire che persino la durezza del dibattito può essere preferibile a un atteggiamento che si propone d’inceppare un meccanismo istituzionale.
Avremmo dovuto andare a Ginevra per affermare le nostre verità, rintuzzare le faziose parole di Ahmadinejad, separare i faziosi dai ragionevoli (esistono anche quelli), comprendere le ragioni degli altri, lasciare agli atti della Conferenza programmi e concetti a cui avremmo potuto fare riferimento in altri momenti e circostanze. La Santa Sede lo ha fatto e ci ha dato, in questo caso, una lezione di laico buon senso.

Sergio Romano, 22 aprile 2009 – Corriere della Sera

marzo 25, 2009

Lo spettacolo diventa risarcimento

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 9:19 am

     Giusto così. La prima apparizione tv di Karol Racz toccava a Bruno Vespa, che da tempo svolge un ruolo di supplenza istituzionale: ora con funzione legislativa, ora esecutiva, ora giudiziaria. Il quarto potere, quello dell’informazione, gli sta stretto. Racz, detto «faccia da pugile», è stato vittima di un errore giudiziario, con un’accusa infamante. Ma la sua colpa principale era di carattere fisiognomico, cioè televisivo: con quella faccia un po’ così, da romeno, da nomade, da rom, da aspirante pasticciere non poteva che essere lui, lo Stupratore della Caffarella. Un perfetto capro espiatorio creato dalle circostanze, dalla fretta di trovare un colpevole. Prima che la giustizia compia il suo corso e lo risarcisca ci vorrà del tempo, troppo. C’è un solo modo per accorciare i tempi, almeno sul piano simbolico: farne un eroe televisivo e ieri sera, presenti una traduttrice e il suo avvocato, è iniziata la pratica. Che si è conclusa con una pudica, commozione fuori onda. Una notizia non è mai una notizia nuda e cruda, specie se riguarda un delitto; la notizia è un racconto su una cosa accaduta. «Porta a porta» si è incaricata di fornire una versione che sovrasti le altre versioni (perché poi i dubbi rimangono, e se non è Racz è un altro romeno). Succede che una vittima passi per responsabile delle sciagure pubbliche ed è necessario, perché la persecuzione finisca, che la stessa vittima ristabilisca l’ordine compromesso: Bruno Vespa non ha condotto un programma ma ha officiato una specie di cerimonia pubblica capace di cancellare il senso di vergogna che in questi giorni ci ha oppresso (o avrebbe dovuto) e di restituire visibilità (dignità) alla vittima. Nonostante la presenza inquietante di Paolo Crepet e di Vincenzo Mastronardi, che frugano nella mente altrui come si fruga in una borsetta. Il risarcimento principale consiste dunque nel consegnare quella faccia un po’ così, finalmente mondata di ogni stereotipo della persecuzione, al circuito dei media. Si può avere la faccia da pugile, il naso schiacciato, lo sguardo torvo e zingaro senza per questo essere un delinquente. Speriamo ora che Karol trovi un lavoro e non inizi la peregrinazione ossessiva di salotto tv in salotto tv. La compassione che si fa spettacolo è il più crudele dei sentimenti.

Aldo Grasso, 25 marzo 2009 – Corriere della Sera

marzo 20, 2009

Un po’ di profilassi mentale contro l’ideologia del preservativo globale

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 10:02 am

     Come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura dell’infezione da HIV, e che ha avuto la fortuna di poter lavorare anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse terreno di ricolonizzazione culturale ed economica come sta avvenendo oggi, scrivo per esprimere innanzi tutto il mio senso di vicinanza a Benedetto XVI in viaggio in Africa. Sono allibita dalla virulenza con cui viene attaccato a proposito della sua lapalissiana constatazione, scientificamente inoppugnabile a proposito della priorità dell’aspetto educativo sull’esercizio della sessualità rispetto alla semplificazione del tema della prevenzione ridotto a pura diffusione dell’utilizzo del profilattico. Stupisce che a più di 25 anni dalla conoscenza della epidemia e delle modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender atto della inefficacia della proposta di “inondare il mondo di preservativi” come criterio risolutivo per arginare l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni. Stupisce la pervicacia nel non riconoscere l’enorme numero di dati accumulati a propositi della evidenza di potere solo ridurre il rischio di infezione ma non certo di eliminarlo, dato emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio più cautelativo, che irrealisticamente escludeva tutti i possibili (e frequentissimi) “incidenti di percorso” (rotture, scivolamento, cattiva qualità etc del condom) si arrivava a dare un margine di rischio infettivo del 5 per cento in tal modo addirittura eccedendo il parametro di efficacia contraccettiva del preservativo stesso, che si attesta sull’85 per cento. Oggi non si può certo ignorare che il “sesso sicuro con il preservativo” non esiste. E questo tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologica, emotiva… addirittura allergica (l’allergia al lattice è in crescita esponenziale ovunque…) che rendono ben più che un semplice problema morale quella del “sacchettino magico”. Ma tant’è . Anche in Italia alcuni esperti glissando e si inalberano continuano a proclamare che il preservativo è sicuro al 100 per cento e che quella è la soluzione per il problema HIV. Non parliamo dell’ideologico silenzio sul successo della politica ugandese dell’ABC (Abstinence, Be faithful and Condom) documentata non dal Vaticano ma anche da un sociologo laicissimo di Harvard, Edward Green nel suo “Rethinking AIDS prevention learning from successes in developing Countries” del 2003. Fa male, soprattutto, la vergognosa “dimenticanza” dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura dell’AIDS nei paesi africani, oggi percorse in lungo e in largo da miriadi di filantropi (spesso miliardari), attori e “personaggi” a caccia di facili consensi, esistono grazie al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e volontari cristiani che ben prima che i burocrati e politici che oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboccati le maniche curvandosi sulle persone infette o malate. Grazie dunque a Benedetto XVI: la prevenzione efficace dell’infezione dell’HIV riguarda l’esercizio della ragionevolezza e della libertà intera dell’uomo, non è riducibile a un sacchettino di lattice o peggio ancora a un criterio che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. E’ dalla riconnessione della ragione con il primo organo sessuale dell’uomo, il suo asse “cuore cervello”, che può scaturire la svolta per contenere questo dramma in atto.

Chiara Atzori, 20 marzo 2009 – Il Foglio

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