Stefano Novati

Aprile 23, 2009

…accostamenti (2)

Archiviato in: 1 — Stefano Novati @ 8:00 am

     Cosa dovrebbero o non dovrebbero fare il Papa e i vescovi italiani al fine di guidare il loro popolo verso le luminose mete richieste dai tempi, è un tema sul quale non cessa di esercitarsi uno stuolo numeroso di «soggetti». I modelli di intervento sono vari: si va dalla intimidatoria «condanna» del Parlamento belga contro le dichiarazioni fatte da Benedetto XVI sui limiti dell`uso del preservativo nella lotta all`Aids a forme infinitamente più educate e rispettose espresse in tono di “consiglio” sinceramente amichevole. È il caso di un articolo apparso ieri sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, a firma di Michele Salvati. Ma insomma, sospira il professore, visto che Papa, vescovi e volontariato cattolico sono così socialmente apprezzati nel fare «del bene» soccorrendo naufraghi, derelitti e clandestini, nonché terremotati e famiglie colpite dalla crisi, “sfruttino” meglio questo patrimonio, lasciando perdere tutti quei discorsi di nascituri e morituri e di etica sessuale che abbassano il consenso sociale invece di accrescerlo, come anche alla Chiesa farebbe comodo. Insomma, conclude educatamente il professore, cara Chiesa, più Caritas meno bioetica. Il professore, che così amichevolmente si esprime, va per questo ringraziato ed apprezzato. E tuttavia, nella sostanza, certe divergenze restano. Sfugge, per esempio, il fatto che dire talune cose (politicamente scorrette, è vero) in fatto di nascituri e morituri, di dignità umana da rispettare in ogni situazione della vita, specie in quelle fragili, è, per chi crede in Cristo, un modo, non meno nobile e sostanziale, di dire e fare la carità. Tanto più che se non lo dice la Chiesa non lo dice nessun altro (e quindi la cosa arricchisce il dibattito, anche a livello democratico) . Di più: queste “strane” idee di fondo, sono esattamente all`origine delle varie forme di carità cristiana così gradite a tutti (i soldi a fin di bene, il soccorso ai deboli e agli emarginati, le cure ai poveri…). Sono le idee che hanno segnato la differenza rivoluzionaria fra quel che c`era prima di Cristo e quel che c`è stato (e si vuoi continuare a far sì che continui ad esserci) anche dopo Cristo. Né ad Atene né a Roma (che pure furono sedi di altissime civiltà) sarebbe mai venuto in mente a qualcuno di prendersi cura dei malati in fase inguaribile, oppure degli handicappati; o anche solo degli schiavi. Sfugge, a chi critica l`insistenza cattolica sui temi bioetici, che è qui che si misura davvero la fedeltà al principio dell`uguaglianza fra gli esseri umani che fin qui ha caratterizzato la civiltà occidentale. Quando si comincia a far differenza fra vite “degne” e vite “non degne” di proseguire, la famosa “uguaglianza” di cui pure ci si riempie la bocca a tanti livelli (sociali, politici, di “genere”…) già non c`è più. Resta poi da fare qualche postilla: proporre taluni criteri in tema di etica sessuale, farebbe dunque perder consenso alla Chiesa perché il «costume» porta da tutt`altra parte. Cosa parzialmente vera. Ma forse non nei termini in cui anche alcuni sfiduciati cattolici pensano. Impegnato in una campagna di vaccinazione contro una forma di cancro all`utero che prevede questo intervento sulle dodicenni italiane, cioè «prima del primo rapporto sessuale», il professor Umberto Veronesi ha ammesso con «sorpresa»: dallo screening che abbiamo fatto a Milano, è risultato che ben il sessanta per cento delle diciottenni cittadine non ha ancora avuto tali rapporti. Roba che se l`avesse detta il cardìnal Bagnasco avrebbe rischiato come minimo il più sarcastico e alluvionale dei linciaggi mediatici. E anche di questo, che la realtà, a volte, è diversa da come ha interesse di farcela vedere l`onda “corrente”, andrebbe tenuto conto. Anche in casa nostra.

Gabriella Sartori, 22 aprile 2009 – Avvenire

…accostamenti (1)

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 7:58 am

     Legate alla tragedia del terremoto, vorrei avanzare due modeste proposte. Una riguarda lo Stato e l’altra la Chiesa. Il nostro Paese ha un’amministrazione pubblica e un intreccio tra politica e pubblica amministrazione – in breve, uno Stato – che funzionano peggio di quelli con i quali siamo soliti confrontarci. Il controllo del territorio – dunque anche il compito di fare leggi in grado di attenuare i danni di eventi sismici, e soprattutto di imporne il rispetto – è funzione essenziale e non delegabile dello Stato.
Il modo in cui questa funzione è ripartita tra diverse amministrazioni dev’essere dunque tale da consentirne lo svolgimento con la massima efficacia. Poiché interessi privati, connivenza politica e incapacità amministrativa (o peggio) cospirano a rendere lasco il controllo – a coprire di abitazioni le falde del Vesuvio o a usare tecniche costruttive inadeguate – le valutazioni amministrative e giudiziali cui quella funzione dev’essere sottoposta, ex ante ed ex post, devono essere continue e severe. Così non è avvenuto e si teme non avverrà neppure in futuro.
Ma non tutto lo Stato funziona male: funziona peggio in alcune zone, meglio in altre; peggio per alcune amministrazioni, meglio per altre altre. La Protezione civile sembra essere un’amministrazione che funziona bene – per le capacità di Bertolaso, le risorse di cui dispone, la sua relativa autonomia – ma essa interviene dopo che il disastro è avvenuto, oppure quando è possibile allertare le popolazioni di un disastro prevedibile e imminente. Di qui una modesta proposta, un suggerimento ingenuo in tempi di federalismo: non sarebbe possibile creare strutture nazionali altrettanto agili ed efficienti che coordinino il lavoro di prevenzione dei disastri? Che abbiano potere d’indagine e di supervisione su tutte le amministrazioni – ma soprattutto sulle amministrazioni locali, dove si prendono le decisioni più importanti ed è maggiore l’esposizione agli interessi – circa il rispetto delle leggi che impongono standard di costruzione adeguati al rischio sismico? Che impediscano, ad esempio, misure di declassamento del rischio, come pare sia avvenuto in Abruzzo? Anche nel caso di eventi imprevedibili, lo Stato non deve limitarsi ad interventi ex post. Ed è illusorio, come bene ha argomentato Franco Debenedetti sul Sole24ore del 16 aprile, pensare che assicurazioni private possano sollevare i poteri pubblici dai loro compiti di intervento ex ante.
La seconda «modesta proposta» è ancor più ingenua, perché riguarda una istituzione le cui logiche di condotta non sono in grado, come non credente, di comprendere a fondo. Si è percepito in modo palpabile il consenso che hanno suscitato iniziative di sostegno nei confronti dei poveri e dei disoccupati come quella promossa dal cardinal Tettamanzi a Milano, o iniziative di aiuto nei confronti dei terremotati come quelle annunciate dal presidente della Cei, il cardinal Bagnasco. Perché la Chiesa non accentua questa sua missione di carità più di quanto, o almeno quanto, essa sottolinea la sua intransigenza in materie di procreazione assistita o di testamento biologico? Mi rendo conto che, come portatrice di Verità, la Chiesa non è sensibile al consenso immediato nello stesso modo in cui lo è un politico. Di fatto, però, la Cei si è comportata in Italia come un soggetto politico, per contrastare il passaggio di provvedimenti che a suo giudizio sono in conflitto con i principi da essa difesi. Comportamento legittimo, naturalmente. Ma come soggetto politico essa subisce le logiche, e le oscillazioni, del consenso. Può subire sconfitte e forse compromettere la stessa immagine della Chiesa. In materia di testamento biologico, per esempio, la Cei ha sinora trovato orecchie attente ai suoi principi intransigenti, alcune per convinzione sincera, altre per calcolo di opportunità. Quanto potrà durare, trattandosi di principi che buona parte degli italiani giudicano troppo estremi? Passerà alla Camera una legge come quella che è passata al Senato? Non converrebbe alla Cei concentrarsi maggiormente su un terreno, quello della carità, in cui la Chiesa di sconfitte non ne può subire?
Questo argomento ci porterebbe però troppo lontano e concludo con un consiglio di lettura. Si tratta del terzo capitolo di un libro di un grande aquilano, di un grande italiano, Ignazio Silone: Uscita di sicurezza, disponibile negli Oscar Mondadori. In esso Silone racconta il suo incontro con don Orione, che aveva intravisto quando, durante il terremoto della Marsica del 1915, quel piccolo prete aveva costretto il re a cedergli una delle macchine del seguito per portare in salvo alcuni bambini i cui famigliari erano morti. Di don Orione, di grandi eroi della carità, ne nascono pochi. Ma di piccoli don Orione il sentimento religioso del nostro Paese, il volontariato cattolico, ne producono molti. Perché la Chiesa non sfrutta meglio questo suo straordinario vantaggio comparato?

Michele Salvati, 21 aprile 2009 – Corriere della Sera

A Ginevra dovevamo partecipare e batterci

Archiviato in: Italia, Tutto il resto — Stefano Novati @ 7:48 am

     Come la conferenza precedente, anche «Durban II» si è conclusa con un comunicato pasticciato, zeppo di buoni propositi ed esortazioni generiche, privo probabilmente di pratiche conseguenze. Le posizioni, dentro e fuori la conferenza, erano troppo distanti.
I Paesi ex coloniali credono, non senza qualche ragione, che «razzismo» fosse quello dei conquistatori e non accettano lezioni morali dai loro vecchi padroni. I Paesi musulmani pensano che le critiche all’islamismo e il dileggio delle loro credenze siano colpe più gravi della durezza con cui i loro governi trattano gli oppositori. I Paesi arabi, in particolare, ritengono che lo Stato israeliano abbia usurpato le loro terre e trattato i loro connazionali come cittadini di seconda categoria. I Paesi occidentali non intendono rinunciare agli illuminati principi della loro migliore tradizione filosofica e chiedono al mondo di rispettarli. Ma quando un membro della loro famiglia li ha platealmente violati nel carcere di Abu Ghraib, a Guantanamo, nella pratica delle «consegne straordinarie» e persino nelle istruzioni impartite dal suo governo ai propri servizi di sicurezza, i cugini occidentali hanno chiuso un occhio o, addirittura, prestato la loro collaborazione. Sperare, in queste circostanze, che la conferenza di Ginevra potesse produrre una linea concordata, utile ed efficace, era ingenua illusione. Come tutti gli esercizi inutili, anche questo potrebbe lasciare una coda di risentimenti e rendere le grandi crisi internazionali ancora più imbrogliate e avvelenate. Che cosa avremmo dovuto fare di fronte a un tale mostro diplomatico? Partecipare o restarne fuori? Per rispondere a queste domande sono state espresse molte opinioni, fra cui quelle, appassionate e bene argomentate, di Angelo Panebianco e Paolo Lepri sul Corriere degli scorsi giorni contro la partecipazione. Proverò a sostenere la tesi opposta.
La conferenza di Ginevra non è una iniziativa privata. È un incontro promosso dall’Onu, nell’ambito delle sue attività istituzionali, e inaugurato dal suo segretario generale. Sapevamo che sarebbero stati pronunciati discorsi intolleranti e inaccettabili. Ma è forse la prima volta che propositi di questo genere turbano un dibattito delle Nazioni Unite? Decidemmo di boicottare l’Assemblea generale quando Nikita Kruscev si tolse la scarpa per batterla sul leggio del suo scranno e annunciò che il comunismo ci avrebbe sepolti? Gli assenti, a Ginevra, hanno dato agli altri la sensazione di non tollerare la sconfitta, di non voler essere minoranza.

Questa non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza.

Noi italiani, in particolare, abbiamo dimenticato le parole di Giovanni Giolitti ai deputati che si erano ritirati sull’Aventino dopo il delitto Matteotti: «A mio avviso dovreste rientrare alla Camera». E quando il socialista Giuseppe Modigliani replicò «Per fare a revolverate?», il vecchio di Dronero rispose «Può darsi». Intendeva dire che persino la durezza del dibattito può essere preferibile a un atteggiamento che si propone d’inceppare un meccanismo istituzionale.
Avremmo dovuto andare a Ginevra per affermare le nostre verità, rintuzzare le faziose parole di Ahmadinejad, separare i faziosi dai ragionevoli (esistono anche quelli), comprendere le ragioni degli altri, lasciare agli atti della Conferenza programmi e concetti a cui avremmo potuto fare riferimento in altri momenti e circostanze. La Santa Sede lo ha fatto e ci ha dato, in questo caso, una lezione di laico buon senso.

Sergio Romano, 22 aprile 2009 – Corriere della Sera

Marzo 25, 2009

Lo spettacolo diventa risarcimento

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 9:19 am

     Giusto così. La prima apparizione tv di Karol Racz toccava a Bruno Vespa, che da tempo svolge un ruolo di supplenza istituzionale: ora con funzione legislativa, ora esecutiva, ora giudiziaria. Il quarto potere, quello dell’informazione, gli sta stretto. Racz, detto «faccia da pugile», è stato vittima di un errore giudiziario, con un’accusa infamante. Ma la sua colpa principale era di carattere fisiognomico, cioè televisivo: con quella faccia un po’ così, da romeno, da nomade, da rom, da aspirante pasticciere non poteva che essere lui, lo Stupratore della Caffarella. Un perfetto capro espiatorio creato dalle circostanze, dalla fretta di trovare un colpevole. Prima che la giustizia compia il suo corso e lo risarcisca ci vorrà del tempo, troppo. C’è un solo modo per accorciare i tempi, almeno sul piano simbolico: farne un eroe televisivo e ieri sera, presenti una traduttrice e il suo avvocato, è iniziata la pratica. Che si è conclusa con una pudica, commozione fuori onda. Una notizia non è mai una notizia nuda e cruda, specie se riguarda un delitto; la notizia è un racconto su una cosa accaduta. «Porta a porta» si è incaricata di fornire una versione che sovrasti le altre versioni (perché poi i dubbi rimangono, e se non è Racz è un altro romeno). Succede che una vittima passi per responsabile delle sciagure pubbliche ed è necessario, perché la persecuzione finisca, che la stessa vittima ristabilisca l’ordine compromesso: Bruno Vespa non ha condotto un programma ma ha officiato una specie di cerimonia pubblica capace di cancellare il senso di vergogna che in questi giorni ci ha oppresso (o avrebbe dovuto) e di restituire visibilità (dignità) alla vittima. Nonostante la presenza inquietante di Paolo Crepet e di Vincenzo Mastronardi, che frugano nella mente altrui come si fruga in una borsetta. Il risarcimento principale consiste dunque nel consegnare quella faccia un po’ così, finalmente mondata di ogni stereotipo della persecuzione, al circuito dei media. Si può avere la faccia da pugile, il naso schiacciato, lo sguardo torvo e zingaro senza per questo essere un delinquente. Speriamo ora che Karol trovi un lavoro e non inizi la peregrinazione ossessiva di salotto tv in salotto tv. La compassione che si fa spettacolo è il più crudele dei sentimenti.

Aldo Grasso, 25 marzo 2009 – Corriere della Sera

Marzo 20, 2009

Un po’ di profilassi mentale contro l’ideologia del preservativo globale

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 10:02 am

     Come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura dell’infezione da HIV, e che ha avuto la fortuna di poter lavorare anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse terreno di ricolonizzazione culturale ed economica come sta avvenendo oggi, scrivo per esprimere innanzi tutto il mio senso di vicinanza a Benedetto XVI in viaggio in Africa. Sono allibita dalla virulenza con cui viene attaccato a proposito della sua lapalissiana constatazione, scientificamente inoppugnabile a proposito della priorità dell’aspetto educativo sull’esercizio della sessualità rispetto alla semplificazione del tema della prevenzione ridotto a pura diffusione dell’utilizzo del profilattico. Stupisce che a più di 25 anni dalla conoscenza della epidemia e delle modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender atto della inefficacia della proposta di “inondare il mondo di preservativi” come criterio risolutivo per arginare l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni. Stupisce la pervicacia nel non riconoscere l’enorme numero di dati accumulati a propositi della evidenza di potere solo ridurre il rischio di infezione ma non certo di eliminarlo, dato emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio più cautelativo, che irrealisticamente escludeva tutti i possibili (e frequentissimi) “incidenti di percorso” (rotture, scivolamento, cattiva qualità etc del condom) si arrivava a dare un margine di rischio infettivo del 5 per cento in tal modo addirittura eccedendo il parametro di efficacia contraccettiva del preservativo stesso, che si attesta sull’85 per cento. Oggi non si può certo ignorare che il “sesso sicuro con il preservativo” non esiste. E questo tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologica, emotiva… addirittura allergica (l’allergia al lattice è in crescita esponenziale ovunque…) che rendono ben più che un semplice problema morale quella del “sacchettino magico”. Ma tant’è . Anche in Italia alcuni esperti glissando e si inalberano continuano a proclamare che il preservativo è sicuro al 100 per cento e che quella è la soluzione per il problema HIV. Non parliamo dell’ideologico silenzio sul successo della politica ugandese dell’ABC (Abstinence, Be faithful and Condom) documentata non dal Vaticano ma anche da un sociologo laicissimo di Harvard, Edward Green nel suo “Rethinking AIDS prevention learning from successes in developing Countries” del 2003. Fa male, soprattutto, la vergognosa “dimenticanza” dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura dell’AIDS nei paesi africani, oggi percorse in lungo e in largo da miriadi di filantropi (spesso miliardari), attori e “personaggi” a caccia di facili consensi, esistono grazie al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e volontari cristiani che ben prima che i burocrati e politici che oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboccati le maniche curvandosi sulle persone infette o malate. Grazie dunque a Benedetto XVI: la prevenzione efficace dell’infezione dell’HIV riguarda l’esercizio della ragionevolezza e della libertà intera dell’uomo, non è riducibile a un sacchettino di lattice o peggio ancora a un criterio che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. E’ dalla riconnessione della ragione con il primo organo sessuale dell’uomo, il suo asse “cuore cervello”, che può scaturire la svolta per contenere questo dramma in atto.

Chiara Atzori, 20 marzo 2009 – Il Foglio

Marzo 18, 2009

La sagra delle polemiche

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 11:15 pm

Ancora una polemica, ancora una volta un caso mediatico partito dalle parole di Benedetto XVI, ancora una volta una vicenda molto ampia (il viaggio nel continente africano) ridotto ad un solo aspetto, guarda caso quello che l’occidente sente più vicino ai propri bisogni: non quello – ad esempio – della fame, ma quello del contrasto all’Aids. [...] Ora, le polemiche sono davvero gratuite. Della questione si è parlato più volte, e più volte si è messo in risalto come l’epidemia di Hiv/Aids sia un flagello per il continente. Ne discutono anche i vescovi e i sacerdoti, ed è stata anche avanzata l’idea di considerare in termini differenti la questione nei casi di coppie sposate nei quali uno dei partner sia sieropositivo, o in contesti gravissimi come quelli africani. E’ un discorso aperto, da un punto di vista dottrinale e morale, ma che non merita di essere ridotta a polemiche anti-papale. Che sono un po’ troppe e un po’ troppe frequenti, al punto da essere pure diventate noiose, ormai.

Gran Torino

Archiviato in: Passioni — Stefano Novati @ 11:13 pm

     Come si può definire un film che si apre con un funerale e si chiude con un altro? Un osservatore superficiale potrebbe anche definirlo iettatorio, ma in realtà Gran Torino appartiene più correttamente alla categoria dei film «testamentari», quelli dove l’autore — qui il 78enne Clint Eastwood — ci lascia in eredità il suo messaggio «finale», il suo pensiero definitivo sulla vita e sulla morte. Meglio, su come comportarsi in vita e come affrontare la morte. Cioè, sul Bene e sul Male. Questa riflessione ha sempre attraverso le opere di Eastwood regista. L’azione, che in altre età della vita sembrava predominare su tutto, finiva però per riportare primo o poi il suo «eroe» ai temi centrali della responsabilità. E a volte del castigo se non della morte. Come condanna (al cattivo di turno) ma anche come estremo destino di sconfitta. Come succede in Bird, in Un mondo perfetto, in Lettere da Iwo Jima. In Gran Torino, la riflessione di Eastwood prende un’andatura più zigzagante, a volte fin contraddittoria, come per riassumere tutte le diverse opzioni di una carriera che ha portato il suo regista a confrontarsi non solo con i limiti della vita, con le sue debolezze e le sue sconfitte, ma anche a farsene carico, ad assumerli (cristologicamente?) su di sé. Questo, almeno, fa Walt Kowalski (Eastwood), operaio in pensione dalla Ford, che vede il suo quartiere di Detroit spopolarsi di bianchi americani per lasciare il posto a ispanici e a un gruppo di invadenti «musi gialli» (in realtà «hmong», popolazione che non può più vivere nei territori d’origine, a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina). All’inizio del film, però, durante il funerale della moglie, scopriamo che la rabbia di Kowalski si rivolge anche verso i membri della sua famiglia, i due figli Mitch e Steve da cui lo allontanano scelte di vita e gusti automobilistici (uno di loro commercia auto giapponesi, peccato più che mortale per un ex dipendente Ford), per non parlare dei nipoti vari, di cui disprezza praticamente ogni cosa, dall’abbigliamento all’indolenza. E senza preoccuparsi troppo di abbassare il tono quando fa le sue esternazioni. Con una buona dose di autoironia, Eastwood/Kowalski si mette in scena nel meno compiaciuto dei modi, ringhioso e urticante, capace di prendere il fucile per allontanare chi osa invadere la sua proprietà privata e preoccupato solo di due cose: avere una scorta di birra fresca da bere in solitudine nella sua veranda e ammirare la sua Gran Torino Ford del 72, che ogni tanto tira fuori dal garage e lucida con maniacale pazienza. Inevitabile che a un certo punto le rabbie e le recriminazioni di Kowalski comincino a vacillare, e proprio quando stanno per esplodere di fronte alla scoperta che il timido figlio dei vicini di casa, Thao (Bee Vang), sta tentando di rubare come «cerimonia» di iniziazione all’età adulta proprio la sua amata auto. A partire da questo momento, la rabbia si trasforma in disprezzo, poi in non belligeranza per diventare curiosità e infine protettivo spirito paterno. Anche per merito della sorella di Thao, Sue (Ahney Her), meno impacciata nel suo percorso di integrazione nella cultura americana. Lo strano, o per lo meno l’insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l’impressione di «perdersi » in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli hmong, scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane (i duetti col barbiere italo-americano), allontana la minaccia che incombe sul film (il violento bullismo di una banda orientale che scorrazza nel quartiere) come se volesse far imboccare al film un’altra strada, quella di una commedia di costume un po’ fuori dal tempo. E poi, all’improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell’assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a Mystic River e Million Dollar Baby: la coscienza della responsabilità che i padri — veri o «putativi» poco importa— hanno verso i figli. E il carico di «debiti» morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l’aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l’immediatezza che hanno solo i grandi.

Paolo Mereghetti, 13 marzo 2009 – Corriere della Sera

Le ronde sbagliate

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 11:56 am

     Una vecchia canzone, che molti anni fa ho sentito cantare da Milly — credo in uno dei suoi ultimi récital — dice del malinconico giro notturno di una ronda militare guidata da un caporale. La ronda sfiora le insidie della notte, senza riuscire a sventarle; anche quando s’imbatte in una coppia clandestina teneramente abbracciata, il caporale, che ha riconosciuto nella donna sua moglie, non può intervenire e deve proseguire, perché si è accorto che l’uomo è il suo generale. Benché inconcludente, quella ronda è almeno composta di soldati e il suo passo cadenzato comunque rassicura almeno un po’, in quella dimessa notte, nell’eventualità di pericoli più gravi. Certo, non solo di notte ci si può sentire insicuri, come dicono le cronache recenti. Pure certe facce possono, da sole, incutere un po’ di paura, a vedersele davanti e troppo vicine. Una di queste facce deve essere per esempio quella del giovanotto aspirante rondista che si vantava di avere in tasca un’arma impropria, con l’evidente voglia di usarla, menzionato dall’onorevole Tabacci, in un magnifico intervento di alcuni giorni fa durante una trasmissione televisiva (Ballarò), in cui diceva che non avrebbe proprio voluto trovarselo di fronte. Un liberale dovrebbe sapere che una società civile si fonda sul presupposto che solo lo Stato abbia il monopolio della forza e il compito di esercitarla; talora — se occorre, dinanzi a criminali agguerriti e pericolosi — con tutta la durezza necessaria. Sono i soldati a difendere la Patria con le armi; il termine «forze dell’ordine » designa polizia e carabinieri (i quali sono pure militari) e non altri. Quell’aspirante rondista con l’arma impropria in tasca è un nemico della società e dei cittadini e deve essere messo — dalle forze dell’ordine, non dalla Società Ginnastica o da quella Filatelica — in condizione di non nuocere. Si parla dell’urgenza di tutelare la sicurezza dei cittadini affiancando in quest’opera alle forze dell’ordine ronde costituite da volonterosi volontari. Ma perché non si parla di tutte le forme di violenza che ci minacciano? Ci sono gli stupri, che vanno ovviamente impediti e repressi con la massima severità, siano essi compiuti da romeni su italiani o da italiani su romeni, come è pure avvenuto anche se se n’è parlato un po’ meno, da poveri immigrati o da bellimbusti di più fortunati natali, come pure avviene. È evidente che nessun lacrimevole buonismo e nessuna sconcia solidarietà di classe possono intralciare l’azione penale, sia il reato commesso da un immigrato clandestino o da un rispettabile professionista, simile a quei delinquenti dalle buone maniere e dal prestigio sociale che il genio di Buñuel ha immortalato ne Il fascino discreto della borghesia. Non tutti i poveracci che dormono sotto i ponti («gli oppressi ragionano male», diceva Marx), e non tutti i soci di un elegante club hanno cuore e sono brave persone. Tuttavia i bravi cittadini non sono minacciati solo da stupratori, ladri o rapinatori. La mafia, la camorra o la ‘ndrangheta delinquono ben di più; assassinano, uccidono bambini che spariscono nel calcestruzzo, taglieggiano migliaia di onesti commercianti, incendiando i loro negozi se non pagano il pizzo. Il fenomeno è così diffuso da rendere difficile alle forze dell’ordine, sovraccariche di lavoro, fronteggiarlo. Perché chi propone le ronde non le destina a proteggere quei commercianti dalla criminalità organizzata, vigilando sui loro esercizi taglieggiati, pronti a segnalare l’arrivo degli scagnozzi della camorra o della mafia? E perché, se si vogliono le ronde, non adibirle a un altro servizio, pur esso provvido e urgente: la protezione dei pacifici cittadini dalle bestiali violenze dei bestiali cosiddetti ultrà del calcio, che aggrediscono persone causando loro gravi o gravissime lesioni, devastano e distruggono (l’ho visto con i miei occhi) esercizi e locali per puro sfogo osceno di violenza, causando gravissimi danni a individui e famiglie che vedono distrutto il risultato di anni di lavoro e di risparmio e si vedono economicamente danneggiati in misura assai pesante. Anche in questo caso, ovviamente, l’esercizio della repressione e la tutela della sicurezza spettano allo Stato. Sicurezza di tutti, senza pregiudizi a priori nei confronti di nessuno e senza troppe titubanze. Sarebbe increscioso se le forze dell’ordine, già così oberate, dovessero pure intervenire per difendere i pacifici cittadini da ronde esaltate o, ancor peggio, per difendere inesperte ronde da esperti malviventi.

Claudio Magris, 7 marzo 2009 – Corriere della Sera

Marzo 13, 2009

Una «sveglia» da padre della Chiesa

Archiviato in: Tutto il resto — Stefano Novati @ 10:30 am

     La «parola chiarificatrice» scritta da Bene­detto XVI sulla remissione della scomuni­ca ai quattro vescovi ‘lefebvriani’ – ieri pub­blicata – incanta e ad un tempo conforta. In­canta perché scritta con uno stile e un lin­guaggio non solo poco usuali, ma inediti. Egli si rivolge ai confratelli vescovi – ma, ovvio, non solo a loro – con il cuore in mano. E un tono molto personale. E con il candore di chi non ha nulla di proprio da difendere. Ammette que­gli alcuni «sbagli» intercorsi nella vicenda (as­sumendosi in prima persona le responsabi­lità), e propone dei rimedi anche molto con­creti (vedi l’uso di internet).
Confessa in mo­do disarmato il dolore provato dagli attacchi subìti – e a far soffrire sono stati più i colpi ar­rivati dall’interno che non quelli esterni alla Chiesa –, sferrati da chi non aveva capito o non ha voluto capire il suo gesto di misericordia. A tutti spiega o, meglio, rispiega il perché di que­sta decisione. Lo fa con profonda umiltà e con grande energia interiore. Umiltà perché il Pa­pa di per sé non era tenuto a questa ulteriore spiegazione, che in effetti nessuno si aspetta­va. Energia perché ribadisce e conferma la pro­pria decisione, argomentandola da par suo e inserendola pienamente nell’ambito proprio della sua missione di successore di Pietro. Ri­sponde così a chi non aveva capito, o non ha voluto capire, quale fosse la posta in gioco, e quindi le ragioni della necessità – ora – della remissione della scomunica. E a chi – più o meno ingenuamente – era stato indotto a pen­sare che quella con i ‘lefebvriani’ fosse sem­plicemente una ’sua’ personalissima e un po’ maniacale fissazione, e non piuttosto una stra­tegia giovevole a tutta la Chiesa odierna. E qui arriva il motivo del conforto. Benedetto XVI con questa sua lettera mostra come, cat­tolicamente, il chiarimento su un fatto con­tingente può diventare l’occasione per trarre un insegnamento universale. Con stile sa­pienziale, e un afflato quasi patristico, il Papa ricorda qual è la sua missione essenziale, qual è cioè «la prima priorità» che Gesù ha affidato a Pietro («Tu… conferma i tuoi fratelli») e quin­di spiega che oggi – «in questo nostro momento della storia» in cui «Dio sparisce dall’orizzon­te degli uomini» – la «priorità suprema e fon­damentale della Chiesa e del successore di Pie­tro » non può non essere che questa: «Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nel­la Bibbia». E che da questa grande priorità – ri­corda sempre il Papa – « deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’u­nità dei credenti», quindi la causa ecumenica e, in un certo senso, il dialogo interreligioso, ma anche – e prima di tutto – la convergenza cor­diale all’interno della comunità cattolica. Di conseguenza – è il ragionamento stringente del Papa – anche le «riconciliazioni piccole e medie» rientrano per la forza della comunio­ne nella «vera priorità della Chiesa». Quasi a di­re che chi, nella comunità cattolica, si mostra così attento al dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre tradizioni religiose non può poi pretendere che rimanga sbarrata la porta verso una realtà che comunque conta migliaia di fedeli e 491 sacerdoti. In altre pa­role, che una scelta inclusiva non può essere strumentalmente selettiva. Il che non vuol di­re ovviamente che il Papa faccia sconti ai le­febvriani. Anzi, la significativa scelta annun­ciata nella lettera (e poi si dice che Benedetto XVI non governa…) di collegare la Commis­sione Ecclesia Dei alla Congregazione per la Dottrina della Fede sta a significare che il dia­logo dottrinale sarà serrato fino a una totale chiarificazione e questa non potrà non passa­re attraverso il riconoscimento del Vaticano II e del magistero pontificio post-conciliare. Ma anche i sedicenti «grandi difensori del Conci­lio » – e qui torna l’ermeneutica della conti­nuità – devono ricordare che «il Vaticano II por­ta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa». Infine, a brillare nella lettera del Papa è il rea­lismo. Che si manifesta soprattutto nell’ulti­ma parte, quando vengono evocate le parole di Paolo ai gàlati («ma se vi mordete e divora­te a vicenda…») che tanto hanno eccitato i ti­tolisti dei giornali di ieri. Benedetto XVI ci ri­corda che noi oggi, in fondo, non siamo mi­gliori di quei gàlati. E che «purtroppo questo ‘mordere e divorare’ esiste oggi nella Chiesa come espressione di una libertà male inter­pretata ». Ma grazie all’intercessione della Ma­donna della Fiducia egli confida – e pure que­sto è realismo cristiano – che suo Figlio Gesù ci sarà affidabile guida anche in questi «tem­pi turbolenti».

Gianni Cardinale, 13 marzo 2009 – Avvenire

Marzo 11, 2009

Un’onorificenza per chi è padre nel silenzio

Archiviato in: Italia — Stefano Novati @ 11:22 am

Nello stesso giorno in cui il Comu­ne di Firenze ha deciso di confe­rire la cittadinanza onoraria a Beppi­no Englaro, il signor Cesare Lia di Tri­case, in Puglia, ha ricevuto una lettera dall’Inps. La raccomandata chiedeva, col consueto stile anonimo degli uffi­ci pubblici, notizie urgenti sul reddito della figlia di Cesare, Emanuela Lia, 37 anni; altrimenti, si minacciava, le sa­rebbe stata sospesa la pensione di in­validità. Ma Emanuela Lia è dal 1993 in stato vegetativo dopo un incidente. Un’altra Eluana, solo che la sua fami­glia non chiede che possa morire, ma da sedici anni combatte perché viva. La contemporaneità dei due episodi ­la cittadinanza di Firenze sortita dal voto di una maggioranza risicata e con una spaccatura all’interno del Pd, e la distrattamente spietata lettera dell’In­ps – fa pensare.
Al padre che ha com­battuto perché la figlia in stato vegeta­tivo morisse, un’onorificenza. A quel­lo che con la sua famiglia ogni giorno legge brani di libri a Emanuela, e non la lascia mai sola, l’intimazione di un ente burosaurico, viene da dire, tanto cieca e goffa appare quella raccoman­data che pretende il reddito di una donna in coma da 16 anni. Non è un caso, questa doppia misura. L’incensamento di Englaro, l’onorifi­cenza, sono l’altra faccia della solitu­dine e spesso dell’abbandono in cui vengono lasciate in Italia migliaia di fa­miglie con un malato o handicappato grave in casa. Perché oggi chi vuole ’staccare spine’ è funzionale a un cer­to atteggiamento, e allora va in tv; chi invece con coraggio, e spesso con e­roismo, si tiene in casa quel figlio, quel­la madre, non fa notizia. E per di più è lasciato solo ad affrontare Inps, Asl, Co­muni: che scrivono un sacco di racco­mandate, tutti gli anni, come ignoran­do che una donna in stato vegetativo al girare dell’anno non cambia il pro­prio stato.
E allora questa differenza di trattamento suona affronto, per citare un termine usato ieri dall’arcivescovo di Firenze, Betori. Affronto magari bi­slaccamente distratto, di certo ideolo­gico, a tutti quelli che il loro caro se lo tengono, se lo curano, sacrificando vi­ta e lavoro, semplicemente perché lo a­mano così, malato com’è. Il signor Englaro ha detto di sua figlia in un’intervista: ‘Ogni volta che la guardavo, avrei spaccato il mondo per la rabbia. (…) La mia creatura era vitti­ma di violenza inaudita, anche se a toc­carla erano le mani delle suore’. E ha condotto fino in fondo la sua batta­glia, nel segno della ribellione al de­stino toccato a sua figlia, e a lui. Ha vinto, a suo modo, ed è diventato un alfiere della libertà – nel senso in cui si intende oggi questa parola. A Firenze l’hanno detto chiaro: Beppe Englaro, in sostanza, è un eroe, o almeno un modello. E poi ci sono mille Cesare Lia. Le loro storie restano oscure. Che notizia c’è in una malata immobile nel suo letto e a­morevolmente accudita? La notizia ta­ciuta è l’infinita fatica e dedizione, e a­more, che mille e mille italiani dedica­no ai loro cari. Non riceveranno, dalle loro città, alcuna cittadinanza onora­ria. Invece, tanta posta: richieste di cer­tificati, grane, ingiunzioni – la macchi­na della burocrazia che si inceppa e si accanisce. Con l’onoreficenza di Firenze Englaro è un modello, un maestro. E’, quella pergamena, cosa ben diversa dal mo­strare solidarietà umana o pietà per la sua drammatica storia. Firenze mate­rializza in una sorta di medaglia al va­lore il sentire di una parte del Paese: minoranza forse, però rumorosa.

Gli altri, i Lia e quelli come lui, militi ignoti di una paziente oscura guerra, che con­tinuino a combattere, perfino con l’In­ps, senza riconoscimenti. Quella fati­ca, quel dolore che non diventa rab­bia, non piacciono. L’ordine è: stacca­re la spina. E questo tempo si sceglie dunque i suoi eroi.

Marina Corradi, 11 marzo 2009 – Avvenire

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